Rendere le città più amiche? Serve un’idea di futuro

21/05/2013
E’ uscito “BenVenuti a Grillolandia”, un e – book che immagina un’Italia governata dai grillini e il programma dei 5 Stelle dispiegato in tutte le sue potenzialità. La presentazione del libro. Per il libro e per quanto concerne i temi legati alla città gli autori hanno intervistato la vicepresidente Inu Silvia Viviani. Di seguito il testo dell’intervista. 

“Per ridare alla città un volto amico, occorre recuperare spazi aperti resilienti alle risorse naturali, promuovere la riforestazione urbana, programmare la manutenzione della città pubblica. Rendere partecipi tutti e ognuno”. Ecco dove passa la strada per ridisegnare meglio le strade, secondo l’architetto Silvia Viviani, vicepresidente dell’Istituto Nazionale di Urbanistica. Che ammette: “Le leggi? In Italia abbondano. Andrebbero ridotte”.

Domanda – Quindi è un po’ come dicono Grillo e Casaleggio? Sono le troppe regole a renderci nemiche le città?

Silvia Viviani – Per città si è a lungo inteso un oggetto fisico, storicamente determinato e compatto. Ma oggi, a causa delle mutevoli condizioni economiche e sociali e delle varie aspettative di vita e di lavoro, gli spazi urbani non possono essere ricondotti a un unico modello. Eppure, che siano congestionati o rarefatti, prevale un giudizio negativo che trova nella cementificazione la sua massima sintesi. Una sintesi che unifica l’immagine di città, senza riconoscerne le variabili storiche, economiche, funzionali, sociali, antropologiche e culturali.

D. – Insomma, forse l’unica cosa che unisce davvero le città è questa diffusa sensazione che siano ostili a chi le abita…

S.V. – È sintomo di un disagio diffuso nella vita urbana, esito di bisogni insoddisfatti e nuove difficoltà: il cambiamento climatico, il peggioramento di stato delle risorse non riproducibili come aria, acqua, suolo, ma anche il desiderio di bellezza dei luoghi del vivere. Così, le nostre città possono apparire rigide e chiuse persino quando sono frammentate e disperse dal punto di vista fisico. La percezione è legata alle capacità degli spazi urbani ad essere vissuti e a questo tendono le strategie di cambiamento delle condizioni urbane».

D. – Come si migliora l’esperienza cittadina? Qual è l’ingrediente decisivo?

S.V. – Le parole chiave sono ambiente e mobilità, forma della città e spazi pubblici. Per tradurre le tensioni di cui parlavo in pratiche effettive, occorre occuparsi di politiche pubbliche, di redistribuzione dei diritti alla vita urbana, di rivitalizzazione economica e sociale, di investimenti nelle dotazioni infrastrutturali. Solo così si possono promuovere cambiamenti negli stili di vita urbani.

D. – Va rivisto anche il modo di concepire e realizzare le diverse strutture cittadine?

S.V. – Nella cementificazione c’è anche una questione di qualità delle architetture. Basta vedere lo stato di degrado nel quale versano molti quartieri di recente edificazione. Questa cementificazione è reversibile se s’interverrà nel rinnovo di uno stock edilizio inefficiente, se ci si occupa della dimensione estetica della città e delle sue migliori prestazioni ecologiche e ambientali. Altro esempio: le piste ciclabili. Non possiamo trattarle come interventi di settore, ma occorre prima riorganizzare la mobilità: rendere ecologico, efficiente e disponibile il trasporto pubblico, mettere a rete interventi quali la creazione e l’integrazione di sistemi di percorsi verdi ciclopedonali, la realizzazione di parcheggi di interscambio ai margini delle città, l’ambientazione delle strade residenziali. Così si può pensare di recuperare il gap rispetto ad altre realtà urbane europee.

D. – Tutto questo non si fa per questioni economiche o perché mancano leggi che lo impongano?

S.V. – Le leggi in Italia abbondano. Dovrebbero essere ridotte, in uno scenario di coesione inter-istituzionale, di chiarezza delle competenze e delle responsabilità e di integrazione delle politiche. Quando il suolo è di proprietà pubblica sono possibili – anche dal punto di vista economico – interventi che integrino gli aspetti dei trasporti, dell’energia, della coesione sociale, insomma tutti gli ingredienti concorrenti alla sostenibilità complessiva delle città. Certo, vanno colmate lacune che compromettono la realizzabilità degli interventi: rapporti fra le politiche pubbliche e gli sviluppatori privati, il regime dei suoli, la fiscalità legata all’aumento di valore dei suoli urbani, la socializzazione della rendita. Tutti nodi irrisolti in Italia e già superati nelle città europee che più sono avanti nella sostenibilità sociale e urbana.

D. – Questo gap con il resto d’Europa da dove viene?

S.V. – In tutte le città che oggi mostrano un alto grado di abitabilità, gli obiettivi della rigenerazione urbana in chiave ambientale sono stati stabiliti all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso. E sono stati perseguiti, con costanza, nel tempo. Ne sono esempi la Promenade Plantée, riconversione verde dell’antica linea ferroviaria Parigi- Vincennes, e la High Line di New York, trasformazione di una struttura industriale dismessa in parco verde a dieci metri dal suolo. Ma vale anche per Elm Park, complesso di edifici a uso pubblico e privato che rappresenta il “polmone verde” di Dublino, grazie a tecniche architettoniche e materiali costruttivi che ne minimizzano l’impatto ambientale e il consumo energetico. A Copenaghen c’è invece Superkilen, una piazza di 800 metri quadri in cui gli elementi architettonici e i colori ricordano le 60 nazionalità che qui vivono e lavorano. Ma si potrebbe continuare: i quartieri di Vauban e Ruieselfeld a Friburgo, le recentissime esperienze olandesi D.Y.Y Urbanism e quelle degli Small Public Spaces nei villaggi inglesi (i Parklets) e le capitali europee vincitrici dell’European Green Capital Award: Stoccolma (2010), Amburgo (2011), Vitoria-Gasteiz (2012), Nantes (2013), ancora Copenhagen (2014).

D. – Cominciamo dunque in ritardo, ma da dove?

S.V. – Bisogna condividere un’idea di futuro. Vincoli e regole non sono eliminabili, ma devono rappresentare le basi per il rispetto di sé e degli altri in quanto abitanti degli stessi luoghi urbani. Per dare senso e qualità alla città contemporanea serve un progetto tecnico, ma il presupposto è uno scenario di valori da offrire alle popolazioni. Chi crede al piano come pratica pubblica nell’interesse generale, all’urbanistica come progetto esperto, ritiene che un mondo di soli interventi autoreferenziali sia insostenibile e che un piano di diritti, di equità, di redistribuzione dei vantaggi urbani, sia il miglior modo di garantire sia le libertà individuali che la salvaguardia dei beni comuni.

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