La città ideale

13/04/2013
Pianificazione, limiti, confini, imprevedibilità. La “creazione” urbana come processo aperto. Dal Corriere della Sera un articolo di Richard Sennet: “Vorrei presentare tre modelli di realizzazione di una città aperta. Questi progetti puntano alla creazione di confini ambigui tra le diverse parti della città, generando forme incomplete negli edifici e pianificando narrative irrisolte di sviluppo. 
“Steven Gould attira la nostra attenzione su una distinzione importante nelle ecologie naturali tra due tipi di confini: limiti e bordi. Il limite è un confine dove le cose finiscono; il bordo è un confine dove diversi gruppi interagiscono. Sui bordi, gli organismi diventano anzi maggiormente interattivi, proprio per l’incontro di diverse specie e condizioni fisiche; per esempio, dove la sponda del lago incontra la terraferma si crea una zona attiva di scambio per gli organismi, che trovano e si nutrono di altri organismi. Non sorprende perciò constatare che l’attività di selezione naturale è più intensa proprio lungo i bordi, mentre il limite racchiude un territorio custodito, demarcato ad esempio da un branco di leoni o di lupi. Non si ammettono trasgressioni lungo i limiti: state alla larga! E ciò significa che quella stessa zona del limite è, a tutti gli effetti, priva di vita.
“Prendiamo in considerazione un’altra situazione di confine, a livello cellulare, la distinzione cioè tra parete e membrana delle cellule. La parete della cellula trattiene tutto al suo interno, è analoga a un limite. La membrana della cellula, invece, è più aperta, permeabile, più somigliante a un bordo. Le differenze naturali tra limite/parete e bordo/membrane si rispecchiano nella forma edificata chiusa e aperta. La città moderna è oggi dominata dal limite/parete. L’habitat urbano è suddiviso in settori segregati dai flussi del traffico, dall’isolamento funzionale tra le varie zone destinate al lavoro, al commercio, alla famiglia, allo svolgimento delle funzioni pubbliche. La modalità più popolare dei nuovi complessi residenziali, in campo internazionale, la cosiddetta comunità recintata, porta all’esasperazione l’idea del muro che chiude e delimita. Ne consegue un minor scambio tra le varie fasce sociali, economiche ed etniche. Noi ci proponiamo pertanto di costruire un bordo/membrana, non un limite/muro.
“‘Basta entrare in contatto!’: L’esortazione di E. M. Forster ci sembrerà banale e carica di buoni propositi, ma nella pianificazione urbana essa rischia di innescare ripercussioni inquietanti. Vi darò un esempio tratto dalla mia esperienza. Qualche anno fa ho lavorato a un progetto per la realizzazione di un mercato per la comunità ispanica di Spanish Harlem a New York. Questa comunità, tra le meno abbienti della città, è situata oltre la 96a Strada nell’Upper East Side di New York. Appena sotto la 96a Strada, senza soluzione di continuità, si accede a uno dei quartieri più ricchi ed esclusivi al mondo, che si estende dalla 96a fino alla 59a Strada, un settore simile a Mayfair di Londra o al 7° Arrondissement di Parigi.
“Quando ci si chiede dove possa trovarsi la vita di una comunità, di solito si punta al centro. Per rafforzare la vita della comunità, gli urbanisti si sforzano di intensificare la vitalità del centro e questo significa trascurare i margini. Pertanto il mio studio decise di realizzare La Marqueta nel centro di Spanish Harlem, a venti isolati di distanza, nel cuore stesso della comunità, e di considerare la 96a Strada come un margine morto, dove non poteva accadere nulla di interessante. E questa si è rivelata una scelta errata. Se avessimo edificato il mercato su quella strada, avremmo potuto incoraggiare ogni genere di attività che avrebbe portato i ricchi e i poveri a scambiare una qualche forma di contatto giornaliero, commerciale o fisico che fosse. Da quel giorno, gli urbanisti più scaltri hanno imparato dai nostri errori e nel West Side di Manhattan si sono sforzati di realizzare nuove infrastrutture proprio sui bordi tra le varie comunità, in modo da creare, per così dire, dei confini porosi e permeabili.
“La forma incompleta incarna un credo creativo. Nelle arti plastiche, si manifesta nelle sculture lasciate di proposito incomplete; in poesia, per usare una frase di Wallace Steven, si parla della «creazione del frammento». L’architetto Peter Eisenman ha tentato di evocare questo stesso credo forgiando il termine di «architettura leggera», indicando un’architettura pensata per essere modificata con aggiunte varie o — soprattutto — con alterazioni interne nel corso del tempo, man mano che mutano le esigenze abitative. Questa forma di edificio rappresenta l’antidoto alla città sovra strutturata. La forma incompleta non è facile da disegnare, come si potrebbe supporre. Forma e funzione richiederanno collegamenti agili e leggeri, quando non vengano scisse da un vero e proprio taglio netto. La ragione è questa: man mano che la funzione di un edificio muta nel tempo, la forma riesce ad adattarsi alle nuove esigenze solo se non è stata eccessivamente pianificata, come dicevo poc’anzi.
“Per ultimo, prendiamo spunto dai romanzi rosa o sentimentali. Tutte le peripezie di questi romanzi trovano alla fine uno scioglimento, una catarsi appagante nella quale ogni cosa torna al suo posto, la servetta va in sposa al signore del castello. La narrativa è limpida: in termini tecnici, essa è lineare, il che significa che l’intreccio procede seguendo un susseguirsi lineare degli avvenimenti. La vita reale, ovviamente, è tutt’altra cosa: ci capitano cose che non trovano soluzione e la vita va avanti, spesso senza incontrare alcuno scioglimento appagante. Nella pianificazione urbana noi ci sforziamo di creare una narrativa nel senso stretto del termine: ci concentriamo sulle fasi di sviluppo di un dato progetto e cerchiamo di intuire ciò che accadrà per primo, per poi costruire sulle conseguenze di quella mossa iniziale.
“Ma pianificare una città chiusa equivale davvero a tessere la trama di una novella sentimentale. L’urbanista ottuso vuole avere sotto mano, sin dall’inizio, tutti i risultati finali. La pianificazione della città aperta, al contrario, come in tutti i sistemi aperti che ritroviamo in matematica e nel mondo naturale, abbraccia forme non lineari di sequenzialità. Per ribadire il concetto: se uno scrittore annunciasse nelle prima pagine del suo romanzo, ecco che cosa succederà, che cosa capiterà ai personaggi, e che cosa significa questa storia, il lettore non ci penserebbe due volte a chiudere il libro. La narrativa migliore parte alla scoperta e punta a esplorare l’ignoto, l’imprevisto. L’arte dello scrittore sta nel plasmare, nel dare forma a quel processo esplorativo. Così pure è l’arte dell’urbanista”.

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